Rotta Maggiore ~ Lindagine.it




Folla a folle: quale formula, quale direzione?

Rotta verso il sole, ma da soli chi si salva?

A testa alta, anche un salvaschermo si surriscalda,

sai che il segnale salta se la massa troppo s'ammassa?

 

A testa bassa, ora ciascuno cerca solo risposte.

Ma solo chi sa porre domanda comanda il disordine.

Alti in montagna, il tempo avanza e così anche la notte:

solo alternando a gruppi le torce la realtà non si distorce.

 

Capirono il come, ma non il forse. 

Capirono il come ma non il perché.

Tra cliché, si affidavano ciechi ad una luce non verso nord, ma verso est.

 

Si misero in cammino, cos’è che forma un Noi?

A che giova il senno di poi se rimane spontaneità?

Quando il plurale tesse il filo, ci legherà o solo ci tratterrà?

 

E allora dimmi: un popolo di «Noi» è solo noia?
Chi tesse interesse vuole sol il come o il perché si fa?

Ma le città non son forse stelle? Ma solo una costellazione ci orienterà.


©️Testo coperto da Copyright  ©️Author: Linda Cianci (Lindagine)



CHIAVE DI LETTURA


Generalità:


Lindagine del mese di agosto è relativamente più soft. Si fonde con la natura per imparare ad andare a tempo del ritmo lento ma costante, che ha quella pazienza e bellezza che sa vedere oltre prima che noi stessi possiamo accorgercene, che ci insegna che il sentiero è spesso più importante della meta in sé.

In fondo, a cercar solo risposte, non finiamo come quando si va ad un concerto con troppa gente che ci fa saltare la connessione e ci disorienta? Eppure, non è quello uno dei pochi momenti rimasti in cui siamo ancora umanamente connessi, così come quando si fa un’escursione senza campo, ma siamo tutti connessi sul campo che si percorre?

Il testo cela una serie di metafore e paradossi che partono da una constatazione amara del web: l’assenza di una frase orwelliana emblematica – o meglio, la sua mancanza in una ricerca “spontanea” – “capisco come ma non perché”. Inoltre, Lindagine svela l’innato bisogno dell’essere umano di fidarsi ed affidarsi a qualcosa, garantendosi sicurezza: e non è forse così che funziona un ordinamento? La tecnologia permette davvero questo baratto? Ma avere una sicurezza di per sé isolata dal noi plurale che possiamo formare umanamente insieme è davvero protezione ed orientamento a lungo termine?

Da qui nasce la frattura tra «il come» e «il perché»: una collettività può imparare perfettamente come procedere senza essersi mai chiesta perché quella sia la direzione da seguire e chi essa davvero sia costitutivamente. Il vero problema, allora, non diventa, forse, il Noi? Che cosa trasforma una moltitudine in una comunità? E quando il filo che ci unisce diventa invece una corda che ci trattiene senza un fondamento che la giustifica?

L’immagine finale delle città-stelle è la spia fattuale-visiva di tale frattura. Difatti, sebbene sia la Stella Polare ad indicare il nord – isolatamente, da sé – essa si rinviene solo se si identifica prima un Noi plurale, la visione d’insieme: una costellazione – o meglio – la costellazione: il Grande Carro. Nel testo la metafora è traslata con le città/gli Stati. Una città o uno Stato possono essere un punto luminoso, ma nessun punto, da solo, indica una rotta e coordina su scala globale. Solo le relazioni tra le stelle, che consentono di individuare le costellazioni, possono permettere di trovare il nord e orientare. E non avremmo bisogno di ciò anche istituzionalmente?

Ecco che il titolo “Rotta Maggiore” parla precisamente di questo: non della necessità di avere tutti la stessa luce, ma della necessità di imparare a costruire insieme una direzione, senza confondere il consenso e i possibili sentieri con l’orientamento. Non deve unirci una risposta univoca; forse non c’è. Ma il coraggio di continuare a sforzarsi e faticare nel porre le giuste domande, quello sì, può fare la differenza, perché pone le basi – o le riprende o le ristruttura – di un progetto, di qualcosa. Perché, sebbene diversi nei contenuti dei vari perché, è dapprima l’essenza di questa semplice, ma non banale, parola che ci lega… o forse solo ci trattiene contingentemente, chissà.

Qui di seguito, riflessioni – o meglio, solo domande – sparse qua e là e meno sistematiche, “nello spirito del mese di agosto”.

“Capisco come, ma non perché”.

Ecco una delle frasi più emblematiche del mondo della letteratura distopica, che, forse, non appartiene più solo al reame dei racconti orwelliani. Dietro queste cinque parole, infatti, sembra celarsi e disvelarsi una tra le spie più sintomatiche della frattura del nostro secolo.

Da una parte il come: la procedura, il funzionamento, il risultato, la risposta immediata. Dall'altra il perché: la ragione, il senso, la legittimità, la mediazione che mette in scena lo spazio ed il tempo reale entro cui agiamo e pertanto apparteniamo. Il primo ci permette di fare e potremmo dire può essere “automatizzato”. Il secondo ci obbliga a pensare, a rallentare, a restare umani…. ma chi è che "pensa" ormai di avere tempo? Chi è che pensa? Essere umani è così faticoso.

Non è un caso che se ricerchiamo sul web, la nostra “rete” non “catturi” spontaneamente questa parte di “fauna intellettuale marina”. Bisogna sapere prima di cercare, dal mondo fisico-umano-sensibile, che esiste quella frase per riconoscerla, altrimenti non sarà considerata rilevante e probabilmente non si rinverrà mai più. E se non fosse ragguardevole proprio perché mette in scena ed evidenzia l’importanza dell’intera estensione e tensione del campo concettuale d’azione entro cui dovrebbe criticamente articolarsi il nostro pensiero, cioè il metodo? E se non fosse notevole proprio perché non funzionale a produrre risposte efficienti, bensì solo a far compartecipare gli utenti al processo di comprensione del problema che stanno cercando? È davvero questa la direzione democratica che vogliamo intraprendere?

Eppure qui non importa rispondere, ma comprendere e saper problematizzare. Talvolta, siamo così immersi nel voler raggiugere l’obiettivo che ci dimentichiamo che il sentiero che intraprendiamo va percorso, non “corso”, pena la perdita della bellezza del viaggio, dei dettagli, di un corso di un fiume che scorre, delle stelle che illuminano il cielo, del tempo lento che scorre eppure va così veloce che è l’unica risorsa che – sebbene speculazioni scientifiche – non torna indietro.

Spontaneità programmatica di un Noi isolato

L’output che riceviamo nella ricerca è facile, semplice, non richiede fatica; se non fatica non si eleva a seconda natura e pertanto non media. Per quanto i dati siano figli di un sistema elaborato fatto di programmi e sistemicità, l’impressione è quella che viviamo dentro un paradosso. Sembra quasi come se la spontaneità nel mondo virtuale corrispondesse in realtà alla programmazione ed una efficienza progettuale umana che, mirando solo a rispondere, ignora la complessità fino alla sua distruzione, proprio perché manca una reale mediazione efficiente e compartecipata. Fino alla cancellazione dell’importanza di porsi domande, della problematizzazione del mezzo rispetto al fine, del saper costruire e decostruire le impalcature concettuali che fanno luce nel sentiero, semplicemente dei perché.

Sembra dunque un rovescio del paradigma dello stato di natura: siamo regrediti ad esso istituzionalizzando l’emozione e progettualizzando la spontaneità grazie alla sussunzione in dati binari. Ma ciò che è schema è davvero sempre puntuale ed efficiente? Che fine faranno le eccezioni, l’equità e la solidarietà se diventiamo tutti uguali nella forma dimenticando la sostanza?

E forse è proprio qui che si trova una delle questioni più urgenti del nostro tempo: Noi, moltitudine - e non popolo - ormai isolata, che fa luce solo su ciò che serve, scegliendo la rete e non il mare. Noi, straordinariamente capaci di trovare risposte, ma progressivamente incapaci di formulare domande. Noi, ma noi chi?  Straordinariamente capaci di risolvere problemi pratici "spontaneamente", ma progressivamente incapaci di riconoscerci ed esser partecipi "progettualmente" alla realizzazione del bene comune. Noi, ma noi chi?

Un diritto a luci a spente

Le domande testé poste non sono questioni astratte e solo esistenziali. Riguardano la politica, il diritto, la nostra comunicazione sempre più povera, proprio come nel descritto mondo di 1984 […]. Riguardano il modus, “casualmente il come”, in cui utilizziamo la tecnologia e, sempre di più, il rapporto che abbiamo con la conoscenza e la nostra capacità di giudizio critico: unico elemento rimasto che può far luce e- se decideremo di continuare ad esercitarlo - può fungere da salvagente dalla rete della comodità che arrugginisce le fila della nostra seconda natura e della mediazione.

Ma chi è ormai che desidera davvero la luce? Perché illuminare l’intero cammino se ciò che cerchiamo dista un metro e basta un riflesso? Perché far luce sulla “chiave” se posso illuminare “il pezzo di pane” a fianco che serve a sfamarci rimanendo in prigione? E cosi anche il diritto sembra ormai correre a fari spenti, insieme ad una società che trasforma cittadini in utenti che più che reclamare diritti, cedono informazioni personali e sicurezza in cambio di una libertà e di un’unità che ormai è spersonalizzazione immateriale e dunque di difficile contestazione senza una chiara visione del perché e del noi e che sembra paradossalmente garante dei nostri sé.

Il noi mantiene formalmente la sua essenza ma si isola, il diritto diventa procedura ed un processo conduce sempre da A a B, ma collega davvero tutto? Condurrà sempre al giusto esito? È rispettoso di quali standard? Ronald Dworkin ha costruito una parte fondamentale della propria filosofia proprio intorno a questo problema. Il diritto, nella sua prospettiva, non è una macchina nella quale inserire un fatto per ottenere automaticamente una risposta. È una pratica interpretativa nella quale regole e principi devono essere ricondotti a una concezione coerente del sistema giuridico e forse, più che obbedire ai “come novecenteschi”, dovremmo riflettere arendtianamente sul perché un’azione è compiuta, perché forse il vero problema della tecnica non sono le macchine in sé, ma heideggerianamente potremmo dire che è il loro perché, il modo in cui esse modificano il nostro stesso modo di abitare il mondo. Ecco che qui legalità e legittimità tornano a incontrarsi, ma… a chi importa in fondo? Forse prima di questo step dovremmo comprendere la relazione che il Chi ha con questi quesiti e far su esso luce. Far luce…ma in che termini? E poi è davvero importante? Come si fa o perché? Chissà.

Troppa luce, acceca

Cosa succederebbe se ricevessimo le risposte prima ancora di aver imparato a formulare le giuste domande? Che società si organizzerebbe se – sebbene una vasta compartecipazione al processo – si ottenessero solo risultati spontaneamente programmati e programmatici?

L’impressione è sempre quella di vivere dentro un paradosso che potremmo definire “dell’accesso permanente”, dunque senza limiti. Viviamo in un periodo storico in cui è sempre più possibile ed inconsciamente pensabile che si possa ricevere una risposta senza aver capito il problema, si possa conoscere un fatto senza conoscere il contesto che gli dà significato. Per dirla più semplicemente: abbiamo più luce, ma non necessariamente più orientamento. E forse proprio per questo rischiamo di accecarci. Possiamo vedere qualcosa senza averlo compreso, ottenere qualcosa senza aspettare. Ed allora a che serve l’altro se isolati siamo autosufficienti? A che serve faticare per muoversi verso se possiamo rimanere fermi ed avere tutto? Chi considera ormai la fatica un privilegio? Eppure, la fatica, forse, è la forma più alta di libertà. Cercare una fonte invece di accettare il primo risultato. leggere un libro invece di una citazione, confrontare due versioni invece di fidarsi di una sola, chiedersi perché invece di accontentarsi del come. Sono tutte attività lente. Ma chi è che pensa di aver tempo ormai? Chi rallenta? Che diritto ho Io di reclamare un po' più di tempo in un Noi che corre?

Non ci sono risposte qui, solo domande. Solo un’emersione dal mare magnum della rete per prendere un po' di fiato dai dubbi, perché, per quanto ci sforziamo, siamo umani e non disponiamo di branchie per respirare.

Il sole acceca, la luna alza le maree, il tempo alterna il come ed il perché.

Il rischio contemporaneo, dunque, non è soltanto avere troppe informazioni a mo' di risposte. È avere troppa visibilità, ma isolata, e troppo poco orientamento rispetto al quadro generale. È sapere sempre più rapidamente come ottenere qualcosa senza sapere perché dovremmo volerla. È conoscere la procedura senza comprendere il significato. È applicare la norma senza interrogarsi. È ricevere la risposta prima ancora di avere costruito la domanda. E allora forse non è davvero un caso se la rete quasi oscuri questo sintomatico aforisma orwelliano: «capisco come, ma non perché».

Che sia sintomo di una società tecnicamente avanzata ma, forse, filosoficamente stanca? Di una società che corre, ma che pensando di non aver diritto al tempo rischia di non sapere più dove puntare la torcia? Non è forse lo spazio ed il tempo che consentono al Noi di definirsi ancora umano e, fortunatamente finito, e dunque capace di relazione? Possiamo parlare davvero di Noi o siamo sommatorie di Io a sè?

Heidegger ci aveva avvertito del rischio di confondere la tecnica con il nostro modo di abitare il mondo, di assumere il funzionamento delle macchine come metro della nostra esistenza . Orwell ci ha mostrato che controllare il linguaggio significa poter intervenire sul pensiero e come il potere sia distruttivo se ha come unico scopo il potere medesimo, la Arendt ci ha messo in allerta dal rischio dell'obbedienza cieca e Dworkin ha riportato questa esigenza dentro il diritto: una norma non vive soltanto della sua applicazione, ma anche delle ragioni che ne sostengono l'interpretazione [...] per non parlare di Radbruch e la sua formula.[...]. 

Mettere assieme tutti questi filosofi può sembrare un mero esercizio di stile, eppure no. Sono tutti nomi che sebbene abbiano contenuti diversi di perché, ciascuno con e da una prospettiva diversa, costringe a tornare sulla stessa domanda: che cosa accade quando smettiamo di interrogare le ragioni di ciò che facciamo e ci limitiamo a funzionare? Sono diversità che si incontrano e difendono tutte lo stesso spazio umano che nessuna procedura, nessun linguaggio imposto e nessuna tecnica dovrebbe poter sostituire — quello del giudizio, del dubbio, della responsabilità e, prima ancora, della possibilità di domandare perché.

Forse, allora, come eternamente proprio il tempo dimostra, il compito umano più urgente non è trovare risposte migliori, è tornare a porsi domande migliori. Ma per far ciò ci vuole tempo, lento, costante, di qualità e non di quantità binaria.

Ecco che forse saper problematizzare criticamente l’assenza dei perché ci restituisce quella libertà tutta umana di scegliere criticamente, di sbagliare e rialzarci, di muoverci relazionalmente in un contesto concettualmente chiaro che non significa assente di zone grigie  e d'ombra che aprono spazio alla flessibilità. Perché è quando la società - se di società possiamo davvero ancora parlare - perde la capacità di scegliere e di essere flessibile, la quantità di luce che possiede conta molto meno di quanto immaginiamo e acceca forse senza nemmeno comprendere più nemmeno quel come tanto idolatrato che isolato perirà nel lungo termine da sé.

Forse, dunque, più che vedere, bisogna saper guardare e comprendere dove. E soprattutto per ricostruire un mondo in cui ormai si gioca a rovesciare paradigmi, forse è fondativo chiedersi originariamente: Perché? Chi? Perché, forse, non basta progettare se quella programmaticità è in realtà frutto di una spontaneità isolata e di un non movimento verso un chi isolato e non plurale.


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