L’equità iniqua: bandiera bianca ~ Lindagine.it
La distinzione, tanto eterna quanto classica, non richiede particolari approfondimenti in questa sede. La criticità che si intende qui porre sotto indagine riguarda, piuttosto, quello che verrebbe da definire il “paradosso interpretativo dell'equità iniqua”.
Una scelta di rubrica assai particolare, ma che rende bene l’idea di come - per quanto alcuni giuristi di diritto positivo e diritto processuale, abbraccino il filone dell’umanità del diritto e del criterio di giustizia - siano essi stessi i primi non teorici, ma fedeli pratici a “valutare la prova con l’accetta dell'eccessivo formalismo”, non tenendo conto di zone grigie, elementi indispensabili sopravvenuti ecc.[…] Sembra sia la legge, in questi casi, nei nostri codici, ad essere più umana dell’umanità stessa da cui sorge la critica, prevedendo proprio quelle eccezioni.
Ebbene, ecco che il “rifugio teorico dei teorici" risulta allora parecchio fallimentare, oltre che rispecchiare quella tanto incoerenza ed illogicità di alcuni istituti del sistema. È uno specchio che si auto-riflette senza ricercare concretamente l’armonia: la dottrina critica sovente la giurisprudenza per l’eccessiva attenzione ai principi, anziché alle questioni pratiche, e viceversa; ma la vera domanda dovrebbe essere un’altra: come è possibile elaborare ed interpretare principi concretamente efficaci, efficienti ed umani, senza la reale esperienza del giudicare? Possiamo estenderlo a tutti gli ambiti della nostra vita.
Banalmente, non si può; e se si può non è concretamente umano ed efficace non potendosi rilevare il dato esperienziale.
Ecco che, forse, più che contrapporre norme sostanziali e processuali o sventolare la bandiera costituzionale o sattiana della critica tra forma e formalismo – critica che, per certi versi, sembra divenire essa stessa carta morta nella pratica nelle mani proprio dei suoi seguaci – ciascuno dovrebbe avere memoria di quale sia lo scopo del diritto e cosa esso realmente rappresenti e cosa si intenda davvero per equità per una società composta da zone grigie e non detti che sfuggono alle rigide categorie del sistema, ma che, proprio in quanto umane, potrebbero essere comprese.
Forse, però, siamo anche troppo umani per abbracciare puramente - o meglio - flessibilmente questa teoria, tanto che abbiamo sempre bisogno della “persona”, della maschera istituzionale per non auto-imputarci le incoerenze di valutazione , più o meno sommarie.
Forse il vero banco di prova di ogni teoria dell'interpretazione allora non risiede in sterili definizioni che si propongono, ma nella capacità di rimanere fedeli concretamente a quei principi, tanto decantati e recitati a memoria tra tribunali ed aule accademiche, applicandoli proprio quando il formalismo sfida e fa comodo. Ecco che solo così si può ritrovare la postura del vero giurista: colui che sa esercitare la propria autonomia critica, per non essere mero "tecnico del diritto” e per non rimanere intrappolato nella tela di Penelope del paradossi dell’equità iniqua.
Ci sarebbe molto da dire, ma quanto detto è sufficiente e a malincuore si giunge ad un'ammissione amara: Pensare è un fardello più che privilegio che, nel mondo reale, troppo spesso porta solo conseguenze negative che non soddisfano le fattispecie che ci auto-imponiamo. La medaglia è figlia del formalismo e dell’essere automi; la libertà e la propria determinazione appartiene alla forma, che per quanto sostanziale, non muta in concretezza immanente.
E allora, cari lettori giunti fin qui, a che cosa serve pensare ed essere liberi se il battaglione va sempre in ritirata? Vi deluderà questa espressione ma "non serve a nulla"; ed a (ap)prendere troppi appunti in tasca, collegare punti e vedere oltre si spreca solo la cartuccia della vita per un inchiostro di indecifrabile scrittura che chiameranno libertà ex post, ma che - nel mentre - ha generato solo prigioni da cui poi s'impara a bere non l'acqua nella sua forma, ma il fango-acqua nel suo formalismo, come forse incosciamente già insegnava Lindagine “L’abito che fece il monaco”. (clicca la scritta in rosso per leggerla).
Fine del pensiero e della sua essenzialità per un bel po'.
07/07 - 25 (7) - a. 7 —> #7777
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