A buon rendere ~ Lindagine.it
A buon rendere, a buon prendere.
A vivere sotto i riflettori spesso s’impara a non riflettere.
Lettere formano tessere di qualche fil rouge.
Sai che a chi pensa, pesa il cuore un po’ di più.
A buon intendere, a buon fraintendere.
Lèggere non rende l’io e la mente più leggèri.
Se ieri era un’era e l’oggi è così sfuggente
vedo gente in cerca di salvagente tra il mare dei pensieri.
A buon arrendere, a buon apprendere.
Qual è il termine per un campo minato?
Vago ma divago, ma ho imparato a non perdere
(qual è) l'essenza dell’essere in un mondo mascherato(?).
©️Testo e chiave di lettura coperti da Copyright ©️Author: Linda Cianci (Lindagine)
CHIAVE DI LETTURA:
In un mondo in cui il tempo si dissolve, il presente sfugge tra escalation belliche, come disinneschiamo il campo minato senza annegare nel mare dei pensieri - metafora di una condizione collettiva di smarrimento?
Lindagine del mese si muove proprio dentro questa domanda , senza pretendere di risolverla, ma imparando, intanto, ad abitarla concretamente. I binomi che la attraversano (“a buon rendere / a buon prendere”, “intendere / fraintendere”, “arrendere / apprendere”) non sono semplici giochi linguistici: sono fratture "crollate" e controllate di senso, crepe attraverso cui si intravede la difficoltà di orientarsi in una realtà che cambia più velocemente, talvolta, della nostra capacità di comprenderla. Il linguaggio sembra così farsi specchio della fragilità mondo: ogni parola presume il suo contrario, ogni certezza, nel momento in cui si afferma come tale, sembra quasi già incrinarsi.
“Vivere sotto i riflettori” diventa allora un monito di una condizione esistenziale collettiva: non solo esposizione, ma anche perdita di profondità. Più siamo "riflessi", meno riflettiamo. In questo cortocircuito, il pensiero — lungi dall’essere salvezza se eccessivamente isolante — si appesantisce, si stratifica, fino a trasformarsi in quel “mare dei pensieri” in cui la collettività cerca affannosamente un “salvagente”. Non è un caso che il linguaggio stesso suggerisca una dimensione condivisa: non è solo il singolo a perdersi, ma la comunità tutta che fatica a distinguere direzione e de-riva.
Il testo, tuttavia, suggerisce una forma di resistenza minima, quasi impercettibile. Non è eroica, non è definitiva: sta nel riconoscere il “campo minato” senza pretendere di nominarlo con precisione. La domanda “quale il termine?” resta sospesa perché il reale eccede - ed eccederà sempre - il linguaggio, ponendoci innanzi al nostro limite concreto. Eppure, proprio in questa incertezza, emerge un apprendimento possibile: "arrendersi" non come sconfitta, ma come atto di lucidità, che forse permette di far un po' più di luce. Rinunciare all’illusione di controllo per non perdere del tutto l’orientamento e la possibilità di costruire comunità.
“Vago ma divago” diventa così un motto esistenziale: perdersi nel pensiero non è evitabile, ma può essere attraversato, senza che ci dissolva e ci anneghi. Ecco che il "prezzo", "essenza", "virtù" dell’essere, in un “mondo mascherato”, è forse accettare questa tensione continua tra autenticità e adattamento, tra profondità e sopravvivenza, tra autonomia ed eterodeterminazione. La poesia non disinnesca il campo minato, ma insegna a camminarci dentro con possibili coordinate, con una consapevolezza fragile, ma necessaria.
E forse è proprio qui che si intravede un barlume: non smettere di pensare, ma imparare a non affogare nel pensiero, pensando semplice ma critico. Non pretendere di trovare sempre risposte definitive, ma restare abbastanza lucidi da riconoscere quali siano le domande che contano davvero, senza con ciò presumere una classificazione, che generebbe solo ulteriori isolamenti e conflitti "a buon fraintendere".

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